Il franchising fu studiato è ideato dagli statunitensi nel XX secolo. Il primo contratto fu stipulato dalla GENERAL MOTORS (grandissima azienda automobilistica), per aggirare le leggi antitrust che proibivano i rapporti diretti con i rivenditori.
Subito dopo le industrie cercarono di sfruttare questa tecnica, che permetteva di coprire grandi zone commerciali con dei costi relativamente bassi in modo rapido ed efficace, contrastando così il dilagare delle imprese a succursali.
In Europa, il primo esempio di riferimento per il mondo del franchising lo troviamo in terra francese: il caso "Laines du Pingouin". Il problema era quello di assicurare al lanificio di Roubaix il rapido smaltimento della produzione di filati, così il direttore della fabbrica associò un certo numero di dettaglianti indipendenti attraverso un contratto. Il patto garantiva loro l'esclusiva del marchio, peraltro lanciato e sostenuto da molteplici campagne pubblicitarie, in una zona territoriale ben definita e ben delimitata. Di fatto un contratto di franchising, anche se ancora non si chiamava così.
Successivamente il sistema si estese ad altri settori, per commercializzare prodotti (tessili, articoli per la casa) e servizi (autonoleggio, lavaggio rapido, alberghi, consulenze amministrativo - fiscali).
In Italia lo sviluppo del franchising ebbe un settore particolare quello della grande distribuzione che si sviluppò nel settembre de 1970 dalla GAMMA, in seguito assorbita dalla STANDA che offriva ai propri franchisee una serie di servizi: sopralluogo da parte dei propri funzionari, progettazione ed assistenza tecnica per l'allestimento del magazzino, istruzioni per il personale direttivo e per quello di vendita, allestimento commerciale dell'unità di vendita, assistenza per il lancio di apertura e inaugurazione dell'unità. Per contro, al potenziale affiliato si richiedeva una superficie di vendita di almeno 350 metri quadrati, di una licenza di magazzino e un capitale di 25/30 milioni del vecchio conio.
La prima differenza che si può notare tra gli Stati Uniti, l'Europa e l'Italia, almeno per quanto riguarda l'origine del fenomeno, è che nel nostro continente furono le imprese della grande distribuzione a tentare lo sviluppo di questa nuova formula, mentre oltreoceano furono le grandi imprese industriali ad utilizzarla. Inoltre il Franchising europeo, nei confronti di quello statunitense, presenta differenze di ordine psicologico: il franchisee americano è attratto soprattutto dalla prospettiva di diventare imprenditore autonomo e di avere un facile guadagno; quello europeo, invece, bada di più alla limitazione del rischio.
Dal 1970, anno di nascita del franchising in Italia, le reti sono progredite costantemente, prima lentamente, poi a ritmo più sostenuto. Si è passati dalle 15 insegne nel 1978 alle oltre 560 censite nel 2004.
Il Franchising europeo, nei confronti di quello statunitense, presenta differenze di ordine psicologico: il franchisee americano è attratto soprattutto dalla prospettiva di diventare imprenditore autonomo e di avere un facile guadagno; quello europeo, invece, bada di più alla limitazione del rischio; al contrario di quanto avviene negli Stati Uniti infatti il franchisee europeo è molto restio a pagare forti diritti di entrata (front money) mentre preferisce versare royalty più elevate.
Ciò si spiega con il desiderio, da un lato, di correre minor rischio e, dall’altro, di avere nel franchisor un vero partner e perciò condizionarne l’assistenza e la consulenza durante tutto il rapporto di franchising.C’è, inoltre, una diversa concezione del sistema:mentre negli Stati Uniti il franchising costituisce un’alternativa alla grande distribuzione, in Europa sono spesso le grandi catene di distribuzione a ricorrere al franchising per penetrare in mercati in cui sarebbe difficoltoso ed antieconomico entrare direttamente.Essendo il franchising in molti paesi un concetto commerciale abbastanza nuovo, spesso non sono disponibili statistiche affidabili, né da parte di fonti governative né di fonti indipendenti sul numero degli operatori in franchising e sui volumi d’affari da essi sviluppato. Bisogna quindi fare attenzione nel confrontare i dati disponibili poiché spesso le informazioni vengono considerate secondo parametri diversi.Per esempio, è noto che negli Stati Uniti le vendite al minuto effettuate in franchising nel 1988 costituivano un terzo del totale (per un volume d’affari di oltre 640 miliardi di dollari).
Non altrettanto noto è che le cifre americane comprendono la vendita di benzina, bevande alcoliche (in particolare birra) e automobili.Le statistiche disponibili in altri paesi come, per esempio, la Gran Bretagna, escludono la vendita di benzina, birra e automobili, e quindi può sembrare che le “franchise” non dimostrino di possedere le caratteristiche necessarie per essere classificate nella corrente di franchising di “formato commerciale” che si sta sviluppando.Senza statistiche affidabili è difficile stimare la penetrazione di mercato ottenuta dal franchising fuori del Nord America, ma per esempio, in Francia ed in Gran Bretagna si ritiene che le vendite al minuto in franchising raggiungono il 10-20% del totale escludendo, naturalmente, benzina, birra e automobili.
E’ chiaro, tuttavia, che nelle economie più avanzate la proporzione delle vendite generate dal franchising aumenterà sostanzialmente negli anni a venire. Tale tendenza viene confermata dai dati di ricerca attualmente disponibili. E’ significativo notare che questa crescita si applica alle economie di paesi politicamente ed economicamente molto diversi. Il dialogo continuo e progressivo tra franchisor ed altri esperti in questo campo, siano essi avvocati, commercialisti e soprattutto culturali all’interno della comunità internazionale del franchising. Il concetto di franchising internazionale (licenza master) ha avuto recentemente una nuova spinta grazie alla maturazione di quei mercati dove il franchising al momento è più sviluppato – particolarmente gli Stati Uniti. L’imminente “saturazione” del mercato interno in molti paesi ha convinto il franchisor a guardare fuori delle frontiere per poter continuare a crescere e a sfruttare con profitto la sua formula di franchisee.
Questa tendenza all’ “internazionalismo” porterà ad uno sviluppo globale del mercato, costringendo allo studio e ad una migliore comprensione delle differenze legali, commerciali e culturali tra le nazioni. Tuttavia, mentre ci può essere un ampio accordo per quanto riguarda la natura essenziale del franchising di tipo commerciale, le differenze politiche, economiche, legali, commerciali e culturali rimarranno tali, anche tra quei paesi come la Gran Bretagna e gli Stati Uniti che fanno un background culturale e legale simile. Perciò è sempre più apprezzato il fatto che quelle società che identificano attivamente queste differenze e sono pronte a modificare i loro sistemi riflettano su queste considerazioni, ponendo solide basi per il felice insediamento delle loro franchise nei mercati oltreoceano.